Non è solo una chiacchierata: perché in terapia le parole contano davvero
- Giorgio Mori
- 10 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 20 gen
«Non ho bisogno di andare in terapia, posso parlare con un amico»;«È solo una chiacchierata».
Sono frasi che si sentono spesso quando si parla di psicoterapia, talvolta con un tono svalutante. Lo psicologo viene immaginato come qualcuno con cui “sfogarsi”: una presenza che ascolta, ma poco più. Detto così, può sembrare legittimo chiedersi perché raccontarsi a uno sconosciuto, per di più pagando, quando si potrebbe parlare con una persona cara.
Queste affermazioni fanno parte di quei luoghi comuni sulla terapia che, spesso in modo difensivo, tengono le persone lontane dall’intraprendere un percorso di conoscenza di sé con un professionista.
In questo articolo vorrei soffermarmi proprio su ciò che viene ridotto a una “semplice chiacchierata”: l’uso delle parole in psicoterapia. Perché in terapia le parole non servono solo a raccontare ciò che accade, ma a costruire significato.
Imparare a diventare linguaggio
Nel corso di un percorso terapeutico, il paziente, nell’incontro con il terapeuta, impara progressivamente a costituirsi come linguaggio. Ma cosa significa davvero?
Sigmund Freud aveva già colto l’importanza centrale delle parole, arrivando a definire la psicoanalisi una talking cure. Il linguaggio verbale, nella sua teorizzazione, non è un semplice mezzo di comunicazione, ma lo strumento che consente al materiale inconscio di diventare, almeno in parte, consapevole.
Le rappresentazioni inconsce, per loro natura, non sono immediatamente conoscibili. Freud le descrive come qualcosa di “informe”, che necessita di un tramite per poter essere percepito. La coscienza, in questa prospettiva, funziona come un organo percettivo, una sorta di occhio rivolto verso il mondo interno.
Dalle sensazioni alle parole, dalle parole al pensiero
In termini contemporanei, potremmo descrivere questo processo facendo riferimento alle tracce sinaptiche, tenendo ben presente la distinzione tra piano organico e piano psicologico, due livelli connessi e interdipendenti, ma non sovrapponibili. Le esperienze vengono registrate come pattern di attivazione neuronale che, di per sé, non possiedono ancora un significato narrabile.
Secondo Freud, ciò che avviene nel nostro mondo interno è inizialmente spiegabile solo in termini quantitativi, come tensione, intensità o scarica. A differenza delle percezioni esterne – che possiedono qualità sensoriali come colori, suoni e odori – l’esperienza interna ha bisogno di una attribuzione qualitativa per poter essere percepita.
Questo passaggio avviene attraverso il legame con le parole. Le rappresentazioni di parola, intese come residui sonori immagazzinati nella memoria, permettono al materiale inconscio di acquisire una qualità percepibile, attirando l’attenzione della coscienza.
È in questo passaggio che nasce il pensiero.
Le parole in terapia e il lavoro dell’Io
Con la seconda topica (Es, Io e Super-Io), Freud arricchisce ulteriormente questo modello. È l’Io che, mediando tra le spinte pulsionali dell’Es, le richieste della realtà e le istanze morali del Super-Io, rende possibile il lavoro di traduzione dell’esperienza in parole.
Ampliare il campo di ciò che possiamo pensare, nominare e simbolizzare significa, in questa prospettiva, vivere in modo più autentico e ridurre l’espressione sintomatica, intesa come compromesso tra istanze interne in conflitto.
In altre parole: dare parola a ciò che accade dentro di noi trasforma il modo in cui viviamo e agiamo.
Corpo, emozioni e funzione simbolica del linguaggio
Il linguaggio svolge anche una funzione simbolica fondamentale: permette di dare senso a ciò che accade nel corpo. Le emozioni, che colorano le nostre esperienze e orientano le nostre azioni, hanno sempre una componente corporea.
Il bambino, prima di acquisire il linguaggio, è immerso in un flusso di sensazioni corporee spesso indistinte. È nella relazione con i caregiver, all’interno di un legame di attaccamento sufficientemente sicuro, che queste sensazioni vengono nominate, rispecchiate e organizzate.
Questo processo favorisce l’integrazione tra soma e psiche e, in termini funzionali, tra sistemi emotivi e sistemi linguistici. Da questa processo emergono le prime forme di esperienza psichica, rendendo possibile regolare i vissuti emotivi, tradurli in parole e utilizzarli per orientarsi nei propri contesti di vita.
Mentalizzare: dare senso all’esperienza
Su queste basi si sviluppa la capacità di mentalizzazione: la possibilità di pensare la mente come un insieme di stati mentali simbolici – sentimenti, desideri, credenze e motivazioni – che permettono di comprendere il comportamento proprio e altrui. Questi contenuti non sono oggettivi né identici per tutti, ma personali e dipendenti dalla storia di ognuno di noi, dalle esperienze relazionali e dal temperamento, inteso come l’espressione di una disposizione biologica che interagisce costantemente con l’ambiente. Una buona capacità di mentalizzazione consente di regolare le emozioni, tollerare l’ambivalenza e integrare aspetti diversi di sé senza doverli negare o scindere, riconoscendo il carattere soggettivo dei contenuti mentali di ognuno.
È importante precisare che la mentalizzazione non si esaurisce nel linguaggio verbale, ma comprende anche modalità implicite e corporee di comprensione dell’esperienza; il linguaggio ne costituisce però uno strumento privilegiato di organizzazione e regolazione.
Quando le emozioni non trovano parole: alessitimia e difficoltà di mentalizzazione
Quando questa capacità è fragile o compromessa, possono emergere difficoltà come l’alessitimia, ovvero l’incapacità di riconoscere, comprendere e comunicare adeguatamente i propri stati emotivi, così come quelli altrui.
Si tratta di una forma di “analfabetismo emotivo” che limita l’accesso al mondo interno e favorisce uno stile di pensiero concreto, focalizzato sugli aspetti esterni dell’esperienza. Questa modalità di funzionamento riduce la possibilità di orientare i propri comportamenti in modo consapevole ed efficace ed è frequentemente associata a condizioni come disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbi di personalità.
Perché la psicoterapia non è solo parlare
Ecco perché la psicoterapia non è una semplice chiacchierata. Parlare con un amico può essere prezioso, ma in terapia le parole vengono ascoltate, restituite e interrogate all’interno di uno spazio strutturato, pensato per favorire comprensione, integrazione e cambiamento.
Il terapeuta non offre soluzioni preconfezionate, ma accompagna la persona nel dare forma, parola e significato alla propria esperienza. È un lavoro delicato e profondo, che richiede tempo, competenza e continuità. Nello spazio sicuro costituito dalla relazione terapeutica le parole diventano uno strumento di integrazione: permettono di dare forma ai vissuti più profondi e di costruire una narrazione di sé più flessibile e complessa, capace di includere anche ciò che solitamente tendiamo a nascondere, senza deformarlo, aprendo la possibilità di vivere in modo più autentico.
Se leggendo ti sei riconosciuto in alcune di queste riflessioni, potresti chiederti se uno spazio di ascolto e di pensiero come quello terapeutico possa esserti utile.
La psicoterapia è un percorso che si costruisce nel tempo, nel rispetto della storia e del modo unico di ciascuno di dare senso alla propria esperienza. Se desideri approfondire o valutare un primo colloquio, puoi contattarmi per informazioni o per fissare un incontro conoscitivo.



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